Conclusione

Vincenzo Valgrisi é stato il nostro Virgilio attraverso i mille riflessi del prisma della stampa europea cinquecentesca: il mercato, il contrabbando, la produzione, l’illustrazione. Le “somme” di una ricerca di tale natura sono necessariamente molteplici e di natura assai diversa tra loro.

Devono riguardare innanzitutto il nostro personaggio: chi é Vincenzo Valgrisi ? Pur essendoci prove a favore della sua frequentazione quotidiana, di bottega, di personaggi in odor di Riforma, e nonostante si abbia l’impressione che fosse seppur blandamente tenuto sott’occhio dalla Signoria a causa dell’ambiguità di certi suoi “messaggi commerciali”, prima fra tutti - continuiamo a credere - l’insegna della sua bottega, in fondo coerente con la sua politica editoriale quando era ancora “libera” di orientarsi, ovvero fin verso la metà del quinto decennio, Vincenzo dà prova di una perfetta integrazione nella società umana e professionale in cui si naturalizza ma, soprattutto, di una vita all’insegna di un grande discrezione.

Coinvolto più di una volta in questioni riguardanti la sua “arte” non sembra mai dar scandalo o attirare su di sé particolare attenzione a causa di comportamenti che palesassero anche una tiepida adesione alle idee riformate. Se essa vi era, restò certamente nel quadro di un nicodemismo neanche troppo lacerato, frutto della libertà e ampiezza di vedute che dovevano provenirgli dal suo essere “uomo di mondo”, in un mondo, appunto, quello della stampa, in cui convinzione religiosa e interesse economico personale potevano fortemente rafforzarsi a vicenda: tra i mercanti in generale, gli stampatori erano coloro che grazie soprattutto alla natura propria della loro mercanzia - d’ “utile e d’onore” - erano contrari al dogmatismo e all’intransigenza d’imposizioni dottrinali, ed erano i più adatti a sopravvivere - e anche ad arricchirsi - in mezzo alle mutevoli fortune delle guerre di religione.

Un mercante, insomma, un’editore alla ricerca delle migliori occasioni di incrementare i propri utili, in vista anche del mantenimento di un’estesa rete commerciale, che correva per le vie di buona parte della penisola e dell’Europa centrale. Non certo un intellettuale engagé, ma un serio professionista con qualche rudimento di cultura che gli permette di scrivere in corretto italiano, dediche, lettere, procure e il suo testamento.

Dal microcosmo del catalogo valgrisino al macrocosmo dell’illustrazione editoriale tra Venezia e Lione durante il secondo terzo del secolo. Il nostro obbiettivo di partenza era studiare i due più noti corredi valgrisini, quello del Decamerone e dell’Orlando furioso, per evincerne la presenza e l’influenza bellifontana “via Lione” a Venezia.

Seguendo le fila dell’ammaliante linea decorativa che crea queste incisioni pensiamo di essere riusciti a dimostrare la presenza di una “maniera” veneziana che al di là degli episodi “di punta” del quinto decennio, accoglie la Maniera italiana rivisitata tra le acque e le verzure di Fontainebleau innestandola su un sostrato presistente, fortemente legato all’eccellenza dei modelli nordici, Holbein in primis.

Se ne evince una tela di scambi ancor più interessante e fertile della sola condisione iconografica, che é certamente più nel senso di Venezia verso Lione che viceversa: é un contatto più prolifico, quello di una simpatia, di un comune sentire tra due capitali cosmopolite, curiose ed aperte alle novità anche grazie quell’arte della stampa galileiana fatta di “vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta”, e di quell’arte “a stampa” erasmiana creata magicamente dal contatto dell’inchiostro su piccoli blocchi di legno finalmente intagliati.